ROMA – Che il regolamento di conti di parti deviate della magistratura sarebbe avvenuto dopo la vittoria del Si nel referendum sulla riforma della giustizia, era stato ipotizzato ma che le “veline” riproponessero la macchina del fango degli anni Novanta sembrava un tempo superato. Il caso del vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, chiamato in causa da vecchie ed archiviate intercettazioni che lo avvicinavano ad ambienti vicini al Clan Senese e alla criminalità organizzata, ripropongono un sistema di quegli anni in cui dalle Procure uscivano pezzi di intercettazioni e stralci di interrogatori passati a giornalisti pronti ad avventurarsi su piste prive di riscontri.
È così che il nuovo bersaglio, dopo il selfie della Premier Meloni, è diventato l’esponente di Fi, Giorgio Mulè che, nella dura replica, fa riferimento all’articolo de Il Fatto Quotidiano che riporta un’intercettazione risalente al 1 marzo 2021 a cui non era stato dato seguito.
