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La Cassazione sdogana la coltivazione di marijuana in casa per uso personale

La Cassazione sdogana la coltivazione di marijuana in casa per uso personale
(PRIMAPRESS) - ROMA - L’Italia delle contraddizioni continua a sorprendere. Questa volta è la Cassazione che sdoganando la coltivazione di cannabis in casa offre un nuovo spunto di polemiche perché oggi si tengono i funerali delle due ragazze travolte da un auto a Roma da un auto guidata da un ragazzo trovato positivo al test degli stupefacenti. Certo la Cassazione afferma che non costituirà più reato coltivare la cannabis in casa solo in minime quantità ma ora sarà il legislatore a cercare di definire quanta sarà la quantità “minima”. Resta il fatto che rappresenta una pronuncia epocale quella delle sezioni unite penali della Cassazione, ovvero del massimo organo della Corte. Attività di coltivazione che - si sottolinea - "per le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all'uso personale del coltivatore". In sostanza chi coltiva per sé non compie più reato. Viene propugnata così la tesi per cui il bene giuridico della salute pubblica non viene in alcun modo pregiudicato o messo in pericolo dal singolo assuntore di marijuana che decide di coltivarsi per se' qualche piantina. I kit per la coltivazione dei semi di cannabis sul balcone di casa sono ormai assai diffusi (in alcuni casi si vendono anche su internet) ma si incorreva in rischi da un punto di vista legale, finora a livello giuridico non c'era mai stata un'apertura vera in questa direzione. La Corte costituzionale in passato è intervenuta più volte sul tema, sposando una linea rigorosa, e così la giurisprudenza ha assunto - dopo alcune isolate sentenze controverse sul tema - una posizione netta. Stabilendo un semplice principio: la coltivazione di cannabis è sempre reato, a prescindere dal numero di piantine e dal principio attivo ritrovato dalle autorità e anche se la coltivazione avviene per uso personale. Si affermava che "la condotta di coltivazione di piante da cui sono estraibili i principi attivi di sostanze stupefacenti" potesse "valutarsi come 'pericolosa', ossia idonea ad attentare al bene della salute dei singoli per il solo fatto di arricchire la provvista esistente di materia prima e quindi di creare potenzialmente più occasioni di spaccio di droga". E così la Cassazione, adattandosi a quanto chiarito dalla Consulta, ha finora sostenuto che la coltivazione di marijuana, anche se per piccolissime dosi (una o due piantine) è sempre reato, a prescindere dallo stato in cui si trovi la pianta al momento dell'arrivo del controllo. - (PRIMAPRESS)