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Un saggio di Pasquale Mottolese: "Le profezie del Titanic", ragionano sulla fine di progresso senza limiti

  • di RED-ROM
  • in Editoria
Un saggio di Pasquale Mottolese: "Le profezie del Titanic", ragionano sulla fine di progresso senza limiti
(PRIMAPRESS) - GENOVA - E’ un caso di entropia letteraria, come spiega Pasquale Motulese, l’autore del libro “Le profezie del Titanic” (Erga Edizioni), che nell’epilogo di quel transatlantico si era già profetizzata la fine del capitalismo. Una suggestione che all’autore arriva dall’estensione del concetto di Entropia, termodinamica in cui 37.200 miliardi (circa) di cellule, visti da lontano diventano un essere umano completo, oppure che alcuni miliardi di atomi diventano un cannocchiale col quale guardare l'universo. Insomma particolari che messi insieme e osservati con lo sguardo del tempo prefigurano scenari.
A oltre un secolo dal celebre naufragio, se volessimo raccogliere e catalogare quanto è stato scritto e continua a scriversi sul Titanic, dovremmo poter disporre di una vera e propria biblioteca. Eppure, forse nessun autore si è ancora avventurato nel territorio arduo, rischioso e acciden­ta­to di un approccio di tipo storico-poematico alla sventura dell’inaffondabile nave dei sogni. Lo ha tentato il cinema con cortometraggi, film e documentari succedutisi lungo il secolo scorso, fino a giungere al capolavoro di James Cameron, ma l’Arca di Noè della letteratura ancora non ha tratto in salvo il poema del gigante dei mari dall’abisso in cui giace.
Con questo saggio l’autore propone una delle possibili chiavi di lettura, che vede in quel naufragio la fine dell’idea stessa di progresso senza limiti nata con la scoperta dell’America, quindi la fine dell’età moderna che, dopo aver attraversato le tempeste del XX seco­lo ed essere approdati alla postmodernità, recuperati in parte i corpi delle vittime e raccolti i relitti, fa sì che la civiltà occi­dentale tenti di farsi ancora una ragione e, malgrado tutto, di offrire una ratio storica a quella “follia dell’Occi­dente” che ci illude ancora di poter danzare ai ritmi di un orchestra consu­mistica e spensierata, mentre la bella nave del progresso, lenta ma inesorabile, affonda in una glaciale fine della Storia. - (PRIMAPRESS)