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Il viaggio in America degli Antichi Romani nel saggio di Elio Cadelo che svela la loro scoperta di mari lontani

  • di RED-ROM
  • in Editoria
Il viaggio in America degli Antichi Romani nel saggio di Elio Cadelo che svela la loro scoperta di mari lontani
(PRIMAPRESS) - ROMA - Un saggio del giornalista e studioso Elio Cadelo, rimuove la convinzione che gli Oceani fossero per gli Antichi uno spazio sconosciuto ed invalicabile. Ne “L’Oceano degli Antichi - I viaggi dei Romani in America” pubblicato i tipi dell’editrice goriziana LEG, si svela un mare noto e navigato in ogni sua direzione. 
La gran quantità di testimonianze archeologiche e letterarie prodotte da Elio Cadelo, studioso e divulgatore scientifico, confermano la presenza in America dei Romani. Infatti, frutti come l'ananas o piante come il mais o fiori come il girasole, tutte di origine americana non sono giunte in Europa dopo il 1492, l’anno cui tradizionalmente si attribuisce la scoperta dell'America, ma erano già note al tempo di Roma tanto da essere raffigurate in affreschi, mosaici e sculture. E non solo piante: i Romani importarono dall'America anche animali tra i quali pappagalli, in particolare il pappagallo Ara, noto per i suoi colori, la sua grandezza e per la grande simpatia, anche questo raffigurato in affreschi di ville romane.   In questo volume vengono presentate numerose prove di scambi tra il Vecchio ed il Nuovo continente in epoca romana, tra le quali vi sono le analisi del Dna compiute sui farmaci fitoterapici rinvenuti in un relitto romano del primo secolo d.C. davanti alle coste toscane. “Su quella nave viaggiava anche un medico e questo gli archeologi lo deducono dal fatto che sono state ritrovate fiale, bende, ferri chirurgici e scatolette sigillate contenenti pastiglie composte da numerosi vegetali, preziosissime per la conoscenza della farmacopea nell'antichità classica" dice Cadelo.  Le analisi del DNA dei vegetali contenuti in quelle pastiglie ''hanno confermato l'uso, già noto, di molte piante officinali, tranne due che hanno destato forte perplessità: l'ibisco, che poteva provenire solo da India o Etiopia e, soprattutto, i semi girasole'' che, secondo le cognizioni fino ad ora accettate, “'arrivò” in Europa solo dopo la conquista spagnola delle americhe''.  
Ma tracce della presenza di Roma in America sono state rinvenute in una tomba azteca: una testa marmorea con acconciatura romana di età imperiale nota come "la testina di Toluca", oltre ai numerosi reperti esposti nel museo di Comalcalco, città maya sulla costa sud-occidentale del Messico, dove si possono ammirare tra i bassorilievi di stile ellenistico perfino la scultura di una testa di cavallo bardato, muri realizzati con mattoni cotti (tecnica sicuramente non americana) ed una zona sepolcrale con tombe chiaramente di tipo italico. 
Ormai anche il mondo accademico, prima scettico, comincia ad accettare la tesi di antiche navigazioni trans-atlantiche. E tra le diverse prove nel saggio "L'Oceano degli Antichi" di Elio Cadelo viene pubblicata per la prima volta una lettera di Cristoforo Colombo indirizzata ai re di Spagna nella quale l'ammiraglio spiega che per giungere alle Indie da occidente avrebbe seguito la stessa rotta già percorsa dal Romani.
Ma quella dei Romani non fu una vera "scoperta" dell'America: i Romani - spiega Cadelo - non esploravano per conoscere, ma andavano in terre lontane principalmente per commerciare. Anche se Plinio, Virgilio, Plutarco, Diodoro Siculo ed altri accennano a terre aldilà dell'oceano, non ci sono testi romani che parlano specificamente di questi viaggi perché i mercanti erano gelosi delle loro rotte commerciali e le tenevano segrete per escluderne i potenziali concorrenti. D'altro canto, le prove, emerse negli ultimi anni, di insediamenti stanziali romani e fenici sulle isole Canarie, in mezzo all'oceano, dimostrano che le rotte atlantiche erano frequentate dalle marinerie antiche. L'arcipelago, infatti, si trova proprio sulla rotta del viaggio di andata verso l'America, grazie ai venti Alisei a favore. E poi, come scrive nella prefazione del saggio l'astrofisico Giovanni F. Bignami, recentemente scomparso, "L'importante per avere il merito di una grande scoperta è essere l'ultimo a farla, non il primo". - (PRIMAPRESS)